Il modello WEB 2.0 e quello dell’impresa “collaborativa” muovono entrambi dalla consapevolezza diffusa che occorre passare dalla mera accumulazione di dati alla loro aggregazione, secondo criteri capaci di apportare valore aggiunto alle informazioni stesse, intendendosi fondamentalmente per valore aggiunto l’utilità dei metadati a condizionare, accelerandoli o rendendoli più efficienti, i processi decisionali delle imprese o dei consumatori.
Accettato il 2.0 come modello organizzativo allora ci si deve confrontare con due obiettivi, evidentemente correlati: il primo, che è quello di reperire la base di dati rilevanti su cui lavorare, pone il problema del livello di accessibilità dei dati sia in termini di costi finanziari sia in termini di costi di gestione (selezione e aggiornamento etc.); il secondo è quello di individuare criteri di aggregazione efficaci rispetto all’obiettivo che ci si prefigge, e cioè alla qualità del metadato che si vuole ottenere.
Molti dei “guru” del web 2.0 osservano che si tratta di un modello che può anche considerarsi virtuosamente “parassitario”, in quanto può fondarsi su iniziative che mirano anche solo a rendere più efficiente e intelligente l’aggregazione di dati già reperibili sul web, ma in forma assolutamente disorganica e frammentaria.
Questo di sicuro sposta gli equilibri consolidati del segmento della gestione informatica dei dati ed apre spiragli interessanti per chi sarà in grado di innovare e rinnovarsi continuamente.











