Nuovo aggiornamento. Come ridurre i costi di una infrastruttura IT per la gestione delle vendite o meglio ancora come trasformare il costo dell’IT in un costo variabile? Qualche tempo fa sarebbe stato impensabile, ma oggi la novità è il “cloud computing”, cioè la possibilità di utilizzare sistemi e piattaforme grazie a computazioni da remoto. BigG ha creato qualche tempo fa AppEngine che consente di utilizzare script python da remoto (gratuitamente). Amazon ha messo a punto un’offerta più consistente: S3 per lo storage ed EC2 (EC sta per Elastic Computing) per fruire di una vera e propria macchina virtuale pagata ad ore di utilizzo e traffico. Su queste piattaforme (il servizio prende in effetti il nome Platform as a Service, PaaS) c’è un mercato fiorente di applicazioni verticali. Jumpbox offre il meglio delle applicazioni opensource già configurate e pronte per essere utilizzate in abbonamento (Software as a Service, SaaS).
Ma conviene affidarsi ad applicazioni “in the cloud”?
Come al solito la risposta è “dipende”; ciò nonostante presto il SaaS si diffonderà e questo è inevitabile.
Nelle situazioni in cui siamo stati chiamati ad operare scelte, la soluzione di Groupware di Google (esempio calzante di SaaS) ha risolto diversi problemi di gestione. Le condizioni di abbonamento del groupware di BigG sono perfette per la piccola impresa: i primi 50 utenti gratuiti, dal 51esimo il costo per utente è di circa 40$.
Persino le applicazioni verticali che offre Jumpbox (SugarCRM, DimDim Web Conferencing, Asterisk) sono nei prezzi d’abbonamento molto competitive se paragonate all’installazione ed alla gestione di una piattaforma su macchine in housing o dedicated hosting.
Quindi conviene …
Certo pensando ai costi di una infrastruttura IT, della manutenzione delle macchine, dell’assistenza sistemistica ed altro si risparmia un bel po’ pur accettando delle soluzioni preconfigurate e poco personalizzate.
Questo però non risparmia le imprese dal dover acquistare consulenza per la configurazione dei sistemi virtuali e per la formazione. In un certo senso adesso la fornitura di soluzioni enterprise si è frammentata in componenti più piccole e in quest’ottica di disgregazione l’elemento di costo non è più la fornitura di sistemi, ma la consulenza professionale mirata a risolvere lo specifico problema aziendale con gli strumenti a disposizione.
Non c’è più spazio per i “real programmers”.
Secondo me, ed è una opinione assolutamente personale, il tempo dei 2 programmatori che sviluppano soluzioni dalla A alla Z si è chiuso da un pezzo. Il mercato richiede una sempre più spiccata capacità di adeguamento e di interpretazione dei requisiti del cliente. Il “Real programmer” è tenuto oggi a interpretare, configurare, verificare e migliorare. L’attenzione è rivolta ai clienti più che alle soluzioni.
Se i programmatori “configurano”, chi programmerà?
I programmatori non sono limitati alla “configurazione” delle soluzioni. Possono lavorare fianco a fianco con il cliente per trovare soluzioni con gli strumenti a loro disposizione e possono al contempo impiegare (e questo è un investimento) parte del loro tempo allo sviluppo di progetti opensource.
In sintesi non c’è più spazio per le botteghe artigiane del software. O ci si affida ai colossi del software e/o si inizia a lavorare tutti insieme, condividendo parte del tempo a disposizione ed investendo sulle alternative opensource.











